20 Agosto 2026

Sterling Point – Il guilty pleasure femminile che mi fa pensare a Reacher di Diego Castelli

Una classica serie estiva al femminile (ma con qualcosa in più del semplice romanticismo) ci fa riflettere sulla natura dei guilty pleasure

Pilot

Dalla mia prospettiva, le serie tv si dividono sostanzialmente in tre gruppi. Le serie tv che voglio guardare, con più o meno trasporto. Le serie tv che guardo solo perché esiste Serial Minds. Le serie tv che non guardo (o che smetto di guardare) pure se c’è Serial Minds.

Sterling Point, nuova serie di Prime Video creata da Megan Park e curiosamente non tratta da un romanzo di successo (anche se sembrerebbe), poteva serenamente far parte della terza categoria. Alla fine, però, complice il deserto estivo, me la sono vista tutta (è quindi entrata nella seconda categoria) e ora vi beccate una riflessione sul guiltypleasurismo e sul perché uno show pieno di ragazzine e ambientato in mezzo a un lago mi ha fatto pensare a Reacher, che in teoria non c’entra niente ma che è tornata da poco (sempre su Prime Video) con la quarta stagione, e quindi mi stimola delle cose.

Sterling Point racconta di Annie (Ella Rubin), una diciassettenne orfana di madre che vive a New York con il padre adottivo. Un bel giorno, il nonno materno (con cui non aveva contatti da anni), lascia a Annie la proprietà di un’intera isola (Sterling Point, appunto) situata in mezzo a un lago in Canada.

Desiderosa di saperne di più, Annie parte contro la volontà del padre e trova sull’isola una piccola comunità (fra i quali c’è pure Jeffrey Dean Morgan) che custodisce più o meno consapevolmente una bella saccoccia di segreti che riguardano la madre di Annie e tutta la sua famiglia, e che la ragazza dovrà scoprire in un percorso che si rivelerà per lei (ovviamente) un’occasione di crescita e consapevolezza in un momento particolare della vita.

E sì, ci sarà occasione di innamorarsi almeno un po’, farsi desiderare da bellocci di ogni tipo, e tutte quelle cose che ci si aspetta da una serie estiva ambientata su un lago.

Perché Sterling Point è un po’ quella roba lì, o almeno sembra. Quel tipo di serie molto femminile, in cui l’amore la fa da padrone, in cui l’unica stagione ammessa è l’estate, e dove ragazzi alle soglie della vita adulta si innamorano, si fanno grandi domande, si tuffano in acqua, magari trombicchiano un po’, con livelli diversi di pruriginosità.

Talvolta, quando parlo di prodotti più maschili o più femminili, salta su qualcuno a dire che non esiste questa divisione, e che anche le ragazze (per dire) guardano gli action. Ovviamente questa persona si sbaglia: certo che esistono i target dei prodotti di intrattenimento, e su quei target si costruiscono sceneggiature, produzioni, marketing e quant’altro. Quindi le serie dove ci si mena sono un po’ più maschili, e le serie dove ci si ama sono un po’ più femminili. Poi per fortuna il mondo è anche un posto molto vario, e nessuno vieta a una ragazza di guardarsi una serie tutta cazzotti e sparatorie, così come nessuno impedisce a me di avere Notting Hill nella top 3 dei film preferiti.

Detto questo, faremmo anche un torto a Sterling Point se ci limitassimo a sottolinearne la componente romantica. Perché sì, c’è ed è importante, ma non è il vero cuore della vicenda, che invece sta molto più in famiglia. I rapporti fra parenti (spesso rapporti “mancati”) sono sia ciò che muove l’elemento di mistero e di “indagine”, sia la molla emotiva che scatena davvero l’evoluzione dei protagonisti, anzi delle protagoniste (un altro elemento che aiuta a dividere fra prodotti a target maschile o femminile è il genere dei protagonisti, e qui son tutte donne).

Sterling Point, dunque, è davvero un romanzo di formazione più che un romantico tout court, e bisogna riconoscerle una certa abilità nel centellinare le informazioni e alternare i toni e i mood, lasciando che il dramma puro venga stemperato dall’amore e dalla lussuria giovanile, e viceversa che i cuoricini trovino uno spessore nei problemi familiari.

In realtà, però, Sterling Point appartiene a un sottogenere non propriamente codificato, ma che io ormai noto già da lontano, quando la mia identità di maschio calvo anziano mi porta a squadrare le serie tv con lo stesso cinismo con cui un nonno al bar giudicherebbe la pettinatura di un quindicenne di passaggio.

E questo sottogenere è quello che potremmo definire “le serie che durerebbero tre episodi se la gente si parlasse”.
Sì perché metà della stagione di Sterling Point si basa su alcuni segreti che non sono semplicemente sepolti da qualche parte, con i protagonisti che li devono trovare. No, sono ben conosciuti da questo o quel personaggio, che però non parla, per imbarazzo o altro.
Vi devo confessare che comincio a provare un certo fastidio per questo tipo di narrazioni, forse perché sempre più mi rendo conto di quanto sia importante e fondamentale la comunicazione fra le persone, e vedere una storia che si basa esclusivamente sul fatto che le persone non comunicano tende a infastidirmi, per quanto sappia che nella realtà accade spesso proprio così.

Ed è qui, però, che ho pensato a Reacher. Cioè, Sterling Point ha alcuni pregi (anche banalmente produttivi, è pieno di bei posti), ma poi si porta dietro questo difetto strutturale di essere una serie che non può esistere a meno di avere protagonisti stupidamente silenziosi. Questo, ai miei occhi, la configura come guilty pleasure, cioè una serie di cui conosciamo molto bene le dinamiche, che sappiamo non essere sto gran capolavoro e che vediamo essere un po’ forzata in più punti, e che però seguiamo per farci cullare da trame che non ci impongono uno sforzo troppo grande.

Che è un po’ quello che succede, al maschile, quando guardo Reacher, che mi piace esageratamente più di Sterling Point. Cioè, Reacher è una serie su un ex soldato fisicamente enorme, dotato di abilità di combattimento e di investigazione fuori scala, che va in giro per gli Stati Uniti a risolvere casi che all’apparenza nessun poliziotto o agente federale può affrontare, tranne questo armadio che gira senza soldi e senza valigia, ma che chissà come finisce sempre in mezzo ai peggio macelli, che riesce a risolvere dimostrandosi più intelligente di tutti e trovando sempre una bella ragazza da portarsi a letto.

Cioè, diciamoci la verità, Reacher è molto più irrealistica e forzata di Sterling Point, non c’è proprio paragone. Le cose che succedono in Sterling Point, magari abbassando un po’ il livello di figaggine dei protagonisti, possono accadere anche nella vita reale e anzi, succedono spesso, perché di famiglie incasinate che vivono “rese dei conti” più o meno torbide è pieno il mondo.
Di storie alla Reacher, invece, non ne succede manco una.

Allora, visto che siamo ancora in estate, anzi è la settimana appena dopo Ferragosto, prendiamoci il tempo per ricordarci che i guilty pleasure vanno sempre bene, e che non dobbiamo contestare quelli degli altri.

Sterling Point è una serie in cui non succede quasi niente di inaspettato, in cui sono tutti belli e belle, e in cui i casini si potrebbero risolvere se le persone parlassero di più fra di loro, come dovremmo consigliare a tutti gli esseri umani là fuori.
Reacher, dal canto suo, è la storia inverosimile di un marcantonio che si fa giustizia da solo in un periodo in cui la gente che, nella realtà, si fa giustizia da sola ci fa venire un filino di pelle d’oca.

Però fa niente, lasciamoci cullare da queste storie, proviamo anzi a imparare qualcosa nel caldo abbraccio di una narrazione che non ci riguarda personalmente (tipo “parlate di più coi parenti se avete un disagio legato ai parenti”), e non stiamo a pensare troppo alle forzature e iperboli delle sceneggiature e del casting.
È il 20 agosto, fa già caldo così, non serve prendersi male.

Perché seguire Sterling Point: classica serie estiva e lacustre, ma con un focus familiare che va oltre le solite beghe romantiche fini a sé stesse.
Perché mollare Sterling Point: pur nel suo tentativo di fare qualcosa in più del solito, resta proprio la classica serie estiva coi bellocci e le bellocce che diventano adulti in mezzo agli ormoni.

Confesso che di romanticismo ce n’è poco (qualcosina sì, ma poco), e di beghe familiari forse ancora meno, perché in compenso c’è tipo tutto il resto.
Dove? Ma in Void, naturalmente, il mio romanzo science-fantasy che trovate sempre su amazon e sempre in versione ebook ma anche cartacea (l’ebook costa tanto meno, ma non so se avete delle mensole da riempire o dei tavoli che ballano).
Lo trovate a questo link, enjoy!



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