The One About Matthew Perry – Un documentario duro e necessario di Diego Castelli
Netflix ricostruisce il difficile percorso nella dipendenza dell’ex Chandler di Friends, in un racconto toccante e istruttivo
Chi segue Serial Minds da qualche anno dovrebbe già sapere che, quando qualcuno mi chiede quale sia la mia serie preferita di sempre, io rispondo “Friends”. Non perché pensi sia effettivamente la migliore (anche se sta comunque nell’Olimpo), ma perché fa parte della mia adolescenza e prima vita adulta, una quotidianità che forse non è più esperibile una volta cresciuti, e che di certo diventa sempre meno comune in un’epoca di contenuti consumati a ciclo continuo, via uno e dentro l’altro, col pollice sempre pronto a scrollare sul cellulare.
E se qualcuno mi chiedesse qual è il mio personaggio preferito di tutta la serialità, io direi “Chandler Bing”, per una questione quasi identitaria: il suo umorismo “difensivo”, fatto per proteggersi nelle situazioni di imbarazzo, a volte vero e proprio strumento di fuga dalle situazioni difficili, è qualcosa in cui mi sono sempre identificato profondamente, specie negli anni della giovinezza.
Voi capite quindi che colpo sia stato apprendere della morte di Matthew Perry quasi esattamente tre anni fa (era il 28 ottobre 2023), e che emozione possa essere vedere oggi The One About Matthew Perry, il documentario di Netflix in tre puntate che ripercorre la vita dell’attore americano concentrandosi in particolare sulla sua lotta contro la dipendenza da alcol e farmaci. Un focus che, senza sapere altro, potrebbe suonare quasi pruriginoso, ma che ha un fondamento preciso proprio nella vicenda umana e personale di Perry. Un documentario, inutile dirlo, tanto doloroso quanto imprescindibile.

Il titolo della miniserie, non senza un certa dose di spietatezza da marketing, riprende i titoli delle puntate di Friends, che si chiamavano tutte “The One with…”, o “The One when…” insomma, “Quella dove”, un gioco linguistico che all’epoca non venne recepito e replicato dalla titolazione italiana, ma che resta uno dei tratti iconici dello show.
Questo tocco nostalgico unito, come detto, al focus sulla dipendenza, potrebbe far pensare a un’operazione fin troppo morbosa, una sorta di sciacallaggio che si dimentichi della carriera di attore di Perry, per concentrarsi solo su ciò che andava male, come a rivelare una qualche forma di giudizio postumo.
In realtà, per fortuna, non è così, anche perché la discussione sulle sue dipendenze e sulla lunga, difficile lotta per uscirne, era stata iniziata e portata avanti dallo stesso Perry, che per lunghi anni aveva tentato, anche con successo, di trasformare la sua difficile vicenda personale in un’occasione di riflessione per le altre persone. Per molto tempo, dopo la fine di Friends, Matthew Perry aveva votato la sua vita fuori dai set a informare, confessare, mettere in guardia le persone dai rischi dell’alcol e della droga, e questo documentario, lungi dall’essere un rimprovero nei confronti dei suoi errori, sembra invece la prosecuzione di quel discorso, parte di un testamento spirituale che Perry aveva già cominciato a seminare in interviste, opere teatrali, libri autobiografici.

The One About Matthew Perry ripercorre almeno in parte la vita professionale dell’attore, dai primi goffi tentativi di sfondare al successo mondiale di Friends, appoggiandosi alle testimonianze di diversi amici che lo conoscevano da prima dell’esistenza di Chandler Bing, al ricordo di alcune persone che avevano lavorato con lui o che avevano contribuito al suo casting in Friends, per arrivare poi a quella che è probabilmente la “protagonista” del romanzo, cioè la sorella minore Mia. Matthew le era molto legato e lei, prima di questo documentario, non aveva mai parlato in pubblico del fratello, le cui difficoltà erano state la molla che le aveva fatto decidere di diventare una psicoterapeuta.
I tre episodi ricostruiscono il successo di Perry, il cambio vertiginoso occorso nella sua vita (successo, soldi, donne), ma gli affiancano il binario parallelo e mai scomparso del senso di inadeguatezza, della bassa autostima, della costante ricerca di validazione degli altri, senza indulgere troppo nelle questioni psicanalitiche della sua vita familiare (i suoi genitori erano separati), ma sottolineando un concetto che noi, quando guardavamo Friends negli anni Novanta e anche successivamente, non potevamo conoscere, specie dall’Italia: di fanno non esiste un Matthew Perry libero, felice, leggero, a cui faccia seguito la sua versione schiacciata dalla dipendenza. I suoi problemi erano iniziati anche prima di Friends, anche se la fama mondiale è almeno in parte un ingrediente di tutto il peggio che sarebbe arrivato dopo.
E il documentario si concentra così tanto su questa questione, da lasciare poco spazio anche alla vicenda della morte, un’overdose da chetamina per la quale diverse persone sono finite in carcere, persone che avevano sfruttato le debolezze di Perry per il proprio tornaconto, e che le cui azioni avrebbero tranquillamente potuto alimentare una o due puntate di puro true crime.
Di nuovo, però, The One About Matthew Perry sembra voler essere ciò che l’attore stesso avrebbe voluto: non l’ottimistica celebrazione di un successo fintamente perfetto, ma il racconto di un uomo che da quel successo sperava di trarre conforto e significato, e che invece, forse, è stato la sua condanna.

A fare rumore, già prima dell’uscita del documentario, era stata la notizia che nessuno dei vecchi compagni di Friends avrebbe partecipato. Con gli episodi ormai usciti, la regista Mary Robertson ha dichiarato che i vari Jennifer Aniston, Matt LeBlanc ecc erano stati contattati, ma hanno preferito declinare l’invito. Robertson lo dice senza alcuna acrimonia, e sottolinea la necessità, per ognuno, di poter vivere il lutto come meglio crede. E non sarò certo io a contestare una decisione di cui non conosco nulla.
Quello che possiamo dirci, però, è che il documentario ne esce certamente diverso, forse più intimo e più vero, rispetto a quello che sarebbe successo se avessero partecipato delle grandi star che, inevitalmente, avrebbero spostato maggiormente il focus sulla vita sul set e sulle gioie vere o presunte del successo di Friends. Per dirla in altro modo, non sono così stupito del fatto che un David Schwimmer abbia avuto delle riserve a infilarsi in un racconto in cui, più che le gioie di condividere l’arte di Matthew Perry, gli avrebbe chiesto di ricordare i giorni in cui arrivava al lavoro ubriaco e fortemente dimagrito per via della dipendenza.
E però, appunto, la mancanza di stelle troppo luminose ci consente di concentrarci maggiormente su una vita privata per la quale il lavoro che tutti conosco e tutti amano non era più (o non era mai stato) il vero centro dell’esistenza di Matthew Perry, quanto piuttosto il serbatoio delle sue difficoltà.

Quello che ne esce è un documentario che, ovviamente, ha un alto valore informativo e conoscitivo (come qualunque documentario che sia almeno decente), ma che riesce soprattutto a diventare racconto di una fragilità senza mai diventare uno strumento di giudizio.
Il succo vero di questo prodotto, la singola nozione che dovremmo portarci a casa, riguarda il fatto che Matthew Perry non è stato in grado di essere felice e soddisfatto, nonostante avesse raggiunto tutti i traguardi che lui stesso aveva identificato come necessari per essere felice e soddisfatto.
Nel documentario, sentiamo dalla sua viva voce che fin da giovane pregava Dio per chiedergli di diventare famoso, finché non ci è riuscito. E Matthew Perry non è diventato solo “famoso”: è diventato una star mondiale, riconosciuto ma anche amato trasversalmente, ricco e desiderato ben oltre i suoi sogni più sfrenati, praticamente mai oggetto dell’odio che spesso colpisce personaggi più divisivi, circondato da amici e parenti che gli volevano bene prima del successo e hanno continuato a volergliene dopo.
Per dirla con altre parole, a Matthew Perry era andato tutto bene, benissimo, una vittoria totale su quasi tutti i fronti, anche prendendo come metro di giudizio i parametri che lui stessi identificava come fondamentali per decretare la vittoria nella vita.
Eppure, qualcosa non ha funzionato comunque.

Se è vero che il racconto di vite teoricamente di successo, eppure rovinate dalla dipendenza e da un’oscurità che le persone da fuori non vedevano e non riuscivano a comprendere, non è certo una novità nella storia di Hollywood, è altrettanto vero che non sono tanti gli esempi di attori e attrici con queste difficoltà, che non venissero associati anche a eccessi beceri, talvolta criminali, e un’immagine di ribellione che trasforma certi personaggi in icone di “belli e dannati”.
Ecco, ciò che sconcerta di Matthew Perry, e che quindi stimola una riflessione più ampia, è che non era un “bad boy”, non era uno scapestrato, o un arrogante, o una persona sola che non avesse affetti sinceri su cui contare. Matthew Perry aveva tutto, ed era buono con tutti, ma non è bastato, forse perché quel “tutto” non era veramente tale.
The One About Matthew Perry non è una seduta di psicanalisi, non ha un taglio specificamente scientifico, eppure ha la forza di una testimonianza in qualche modo “disarmata”, lo sguardo di chi non ha potuto fermare un treno in corsa, anche se tutti sapevano, Matthew Perry compreso, in che direzione andasse quel treno. Il che ci impone di non cercare risposte facili o soluzioni consolatorie tipo “a me e ai miei cari non potrebbe mai succedere”, perché questa non è una storia di razionalità e logici collegamenti di causa-effetto, bensì il racconto di persone buone e meritevoli, a cui però le cose sono andate comunque male.
Se è inevitabile trarne una sorta di buia malinconia, è però doveroso usare la vicenda di Matthew Perry per renderci conto della complessità di certe dinamiche, della loro non riducibilità a slogan da social o slanci hollywoodiani in cui basta crederci un po’, per ottenere tutto.
Alla fine di The One About Matthew Perry non abbiamo perso neanche un grammo dell’amore che provavamo per l’ex Chandler, anzi forse gli vogliamo anche più bene. Anche se è un bene adulto, meno sognante, più difficile e doloroso.
Ma d’altronde la vita è anche questo, e che Matthew Perry ce lo possa insegnare dopo averci fatto ridere per tanti anni, be’, non mi sempre una cosa da poco.
Perché seguire The One About Matthew Perry: è un documentario che insegna tante cose non solo su un attore e un personaggio, ma su dinamiche psicologiche e sociali la cui rilevanza va ben oltre l’individuo.
Perché mollare The One About Matthew Perry: è un racconto doloroso che va affrontato col giusto mood.
