20 Ottobre 2026

Peccato – Emanuela Fanelli firma un’ottima commedia meta di Diego Castelli

Su HBO MAX è arrivata una comedy seriale che dobbiamo approvare senza se e senza ma

Pilot

Guardate, io ve la dico così: dopo tre episodi (quelli disponibili al momento di scrivere questa recensione), per me Peccato, la serie comedy di HBO MAX ideata, scritta e interpretata da Emanuela Fanelli, è la miglior comedy seriale italiana dai tempi di Boris.
Così, de botto, giusto per stare in tema.

So che si tratta di prodotti diversi (anche se pescano nello stesso mondo), e di questo abbiamo visto pochissime puntate, ma è una questione di slancio, di approccio, di inventiva, di coraggio. Fare qualcosa di diverso, che colpisca, che rischi. Ma non solo, è anche la voglia di scrivere qualcosa che non debba parlare per forza a una massa informe di spettatori, e che invece strizzi l’occhio a chi almeno un po’ ne capisce del mondo di cui si parla e degli strumenti usati per raccontarlo (come Boris era una serie pay che parlava della tv generalista).

Insomma, una serie probabilmente di nicchia, magari pure un filo snob, ma che sa di poter fare quella comicità solo in quel modo lì. E allora io dico sì, io dico evviva.

Peccato è un mockumentary, parola che ormai conosciamo bene e che indica la tecnica del finto documentario, ma che in questo caso va oltre la semplice presenza di interviste ai personaggi, alla The Office. Qui siamo proprio nell’ambito del documentario da Netflix, quello in cui un giornalista (Malcom Pagani) racconta una vicenda con la sua viva voce, intervallandola a interviste a protagonisti e opinionisti, ma anche a (finti) filmati di repertorio.

A essere raccontata è la storia di Emanuela Fanelli, proprio quella che conosciamo, l’attrice e comica già vincitrice di due David di Donatello (per Siccità e C’è ancora domani), che a un certo punto della sua carriera incappa in uno scandalo che i primi tre episodi iniziano solo a delineare, e che porterà la sua carriera a una brusca interruzione e al ritiro dalle scene. E qui siamo naturalmente nel campo dell’invenzione, o almeno lo speriamo per lei.

Il presente del documentario è il 2049, quando Fanelli è ormai solo un lontano ricordo per appassionati di televisione, ed è andata a vivere in una Valle d’Aosta diventata territorio straniero.
La sua carriera, e soprattutto la fine di essa, è raccontata attraverso filmati d’epoca e numerose interviste a personaggi famosi che avevano lavorato con lei o che aveva giudicato il suo lavoro. La lista di attori, registri, critici che hanno partecipato nei panni di sé stessi è impressionante: da Piera Detassis a Gianna Canova (che è stato il mio relatore per la laurea, scusate se ci spendo sempre della nostalga), da Sabrina Ferilli a uno straordinario Ferzan Özpetek, da Paola Cortellesi a Tullio Solenghi. E poi Alessandro Borghi, Antonio Ricci, Giovanni Benincasa, Fabio Fazio, Paolo Virzì, e chi più ne ha più ne metta.

Tutto quanto, in Peccato, è meta. È una serie che all’estero non capirebbe nessuno, perché profondamente legata non solo alla produzione cinematografica, televisiva, culturale italiana, ma perché ne è uno specchio deformato e satirico in cui la conoscenza dell’oggetto dello scherno è fondamentale per capire l’ironia o anche semplicemente la storia.

L’Emanuela Fanelli di Peccato è un’ex attrice che, anche nella sua versione anziana, si pone come una persona che non porta più rancori e ha raggiunto una certa pace pensionistica, ma che in realtà nasconde la profonda convinzione di aver fatto solo cose eccezionali, e di essere stata maltrattata da tutti. Se non fosse che, naturalmente, le cose eccezionali che vediamo non sono così eccezionali, e nascondono invece un’autostima quasi patologica che sfocia nel surreale e diventa automaticamente cringe.

E naturalmente non vale solo per Fanelli: gran parte della comicità di Peccato si basa sul presentare personaggi che si credono chissà chi e pensano di poter pontificare su tutto, lasciando agli spettatori il compito di vedere quanto sia dozzinale il materiale su cui fondano le loro dotte elucubrazioni: che si parli della fama di una creator come Terry Ruoppolo (interpretata da Serena Pisa), oppure della rilevanza culturale di un film palesemente orrendo come “Pasticciona in Amore”, in Peccato è tutto profondamente scemo ma se ne parla come se fosse importantissimo.
Il che, naturalmente, è una (auto)critica ferocissima del sistema culturale italiano, costantemente concentrato sul proprio ombelico, i propri diritti e mai i propri doveri, il proprio status e mai la propria efficacia.
Da questo punto di vista, l’autoironia messa in campo da tanti dei protagonisti è encomiabile e deliziosa.

Peccato funziona anzitutto per le sue idee, la sua creatività, la sua capacità di rinforzare continuamente questo scollamento fra reale e percepito usando i nomi grossi di cui Fanelli è riuscita a circondarsi. Ma è anche una questione di cura nella messa in scena: nel secondo episodio, il finto dietro le quinte di C’è ancora Domani funziona bene anche perché la ricostruzione delle scenografie del film di Paola Cortellesi è maniacale. Così come la satira legata alla fittizia conduzione di Striscia la Notizia proprio da parte della coppia Fanelli-Cortellesi (una gag arrivata giusto un filo fuori tempo massimo, considerando che Striscia la Notizia non è più in onda).

Ma che dire dell’abilità con cui vengono messe in scena diverse sequenze del già citato Pasticciona in Amore, un film palesemente terribile, dozzinale, banalissimo, poi al centro di una ridicola controversia autoriale, quando tutti intorno ne parlano come di un capolavoro, di una pietra miliare del cinema italiano.

Ho ancora negli occhi quella breve inquadratura del Gabibbo sulla spiaggia, una roba che, se non dovessimo sempre temere di fare delitto di lesa maestà, dovremmo definire pienamente felliniana.

Peccato è una serie intelligente, divertente, piena di idee e creatività, una sperimentazione comica fatta da persone che palesemente si sono divertite molto nel farla, ma che non hanno dimenticato di dover usare un mestiere vero, metodico, precisissimo fino all’ultima frase o espressione della voce, perché deve essere sempre alto il senso di straniamento dato dal contrasto fra quanto i personaggi se la cantano e se la suonano, e quello che effettivamente producono.

Se vogliamo trovare dei difetti, che curiosamente ho visto concentrati soprattutto nel pilot, dovremmo dire che il ritmo è talvolta troppo lento, se paragonato per esempio a certe comedy americane in cui le gag si susseguono a ciclo continuo, dando una maggiore idea di ricchezza. E poi potremmo serenamente dirci che alcune scelte comiche suonano meno riuscite di altre, come la vicenda di Tullio Solenghi, in cui si percepisce il tentativo di far ridere con istrionismi interpretativi che… be’, non fanno così ridere.

Però è una specie di tassa da pagare, nella misura in cui Fanelli butta così tanta carne al fuoco, che qualche filetto esce più crudo degli altri. Ci sta, non tutto può funzionare proprio proprio allo stesso modo.

Però ecco, se il primo episodio mi era parso efficace, ma non ancora “definitivo”, prima di scriverne ho voluto aspettare un paio di settimane, per vedere come sarebbe proseguita la vicenda, e devo dire che i successivi due capitoli mi hanno convinto pienamente.

Troppe genialate, troppi livelli di lettura, troppe star pronte a mettersi completamente in gioco (Alessandro Borghi e la pubblicità Beghelli sono una roba eccezionale), per non accogliere Peccato come una botta di freschezza che, se penso a Super Market, fa capire di essere proprio a un altro livello.

Poi certo, è una serie che parla a un pubblico consapevole, chiedendo agli stessi spettatori di non prendersi troppo sul serio, perché conoscere quello che serve conoscere per apprezzare Peccato, potrebbe voler dire far parte di un certo mondo che solitamente non ama essere messo in discussione. Ma il bello sta proprio qui: vale tutto, e Emanuela Fanelli ci gioca alla grande.

Perché seguire Peccato: è una comedy originale, creativa, divertente, surreale, una boccata d’aria fresca per la comicità seriale italiana.
Perché mollare Peccato: se vi piacciono solo le comedy facili e di grana grossa.

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