31 Luglio 2025

The Sandman finale – Fra sogni e rimpianti di Diego Castelli

La serie di Netflix chiude i battenti in sordina e con qulache frettolosità, pur avendo aperto sprazzi di bellezza

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ATTENZIONE, UN SACCO DI SPOILER!

Per quanto si possa essere cinici e dietrologisti, e per quanta esperienza si possa avere nel campo, ci viene spontaneo continuare a considerare le serie tv come entità mistiche che spuntano dal nulla, che hanno vita propria, che giungono da un qualche luogo misterioso per la nostra gioia, per poi sparire a un certo punto, come tramonti che lasciano ricordi sulle retine.
È anche bello che sia così: chi se ne frega di farsi raccontare una storia, se mentre la guardiamo pensiamo a quanto è stato pagato un attore che la interpreta, o qual era il luogo delle riprese, e via dicendo. Non che non siano informazioni interessanti, ma devono venire dopo: prima fateci divertire, fateci viaggiare.

Con la seconda stagione di The Sandman, che per ironia della sorte è una storia tutta fantastica, onirica, attinente al divino più che all’umano, questo meccanismo di sospensione è stato più difficile: già sapevamo che sarebbe stata l’ultima, non per volontà degli autori ma a seguito delle vicende ben poco oniriche di Neil Gaiman, creatore del fumetto originale e ampiamente coinvolto nella realizzazione della sua trasposizione, che è rimasto invischiato in brutte storie di molestie ancora da chiarire nel dettaglio.

Non era il modo migliore per compiere questo ultimo viaggio nel Mondo dei Sogni, ma vediamo com’è andata.

Se la prima stagione di The Sandman si basava su una trama molto chiara e semplice (il Re dei Sogni si liberava dopo una lunga prigionia e iniziava un viaggio pericoloso per recuperare i propri poteri), la seconda doveva risolvere il problema di prendere le mosse da uno scenario molto più statico, con Morfeo tornato sul suo trono e una nuova situazione di (teorica) stabilità.

Quello che ne esce è un approfondimento della sua psicologia, dei suoi rapporti con gli altri membri della famiglia, e soprattutto un percorso di crescita personale che allontana Morfeo da un’idea di eternità divina, per portarlo verso un’umanità che segnerà la sua condanna, ma rappresenterà anche un’occasione di redenzione e completezza: Morfeo muore perché diventa più umano (e dal punto di vista degli Eterni la caratteristica chiave della condizione umana è la mortalità), ma diventa anche un personaggio a tutto tondo, non solo una macchietta mistica incastrata in un mondo sempre uguale.

Questa, per lo meno, è l’intenzione della sceneggiatura, che effettivamente identifica alcuni passaggi chiave di questo percorso, soprattutto i rapporti familiari: è nel rapporto con il figlio Orfeo – fino a quel momento oggetto di un menefreghismo, se non proprio di una punizione, non esattamente paterni – ma anche con il padre Tempo, che Morfeo si ridefinisce come un’entità che abbia un inizio e una fine, dei pregi e dei difetti, dei meriti e delle colpe.

In questa stagione, Morfeo è in continuo movimento, in continua tensione, e marca così la differenza con buona parte dei suoi fratelli e sorelle, che invece vivono di un’esistenza perennemente statica, fatta di doveri precisi e precise opportunità (nella prima parte della stagione Morfeo viene messo perfino a capo dell’Inferno, giusto per dire quanta confusione ci sia nella sua ritrovata libertà).

E però, allo stesso tempo, questa storia non è propriamente lineare, e si presta a deviazioni e racconti diversi, apre parentesi inaspettate che riprendono certe pagine iconiche del fumetto, interrompe la trama principale perché c’è urgenza di raccontare qualcos’altro.

Soprattutto nella prima tranche di episodi, questa sembra essere la vera forza, e pure la vera originalità, di The Sandman: quando tutto si ferma per aprire il flashback che racconta di quella volta in cui Morfeo orchestrò insieme a Shakespeare la messa in scena del Sogno di una Notte di Mezza Estate di fronte agli stessi elfi e fate che erano protagonisti dell’opera, otteniamo qualche decina di minuti di sogno puro, di sospensione fascinosa, di adattamento del fumetto che se ne frega di tutto pur di farci vedere “proprio quella cosa lì”.

Per una serie che parla del Signore di Sogni, questa struttura a flash, onirica per l’appunto, in cui non si sa mai cosa succederà una volta chiusi gli occhi, si porta dietro un fascino evidente, una richiesta di fiducia agli spettatori che, se viene accolta, regala momenti di alto valore artistico, visivo ma anche poetico, con le tante riflessioni che possono essere prese a sé stanti e riviste fra cinque anni, portandosi ancora dietro il loro bel senso (mi vengono in mente i dialoghi con Lucifero, per esempio).

E tuttavia, arrivati alla seconda parte della stagione, si comincia a percepire la necessità di una storia che abbia un filo preciso, un capo e una coda, e qui The Sandman mostra di fare più fatica.

Forse è stata davvero la necessità di chiudere troppo presto dei conti che avrebbero avuto bisogno di maggiore respiro, fatto sta che eventi ed evoluzioni cominciano ad affastellarsi rapidamente, il bisogno di chiudere il cerchio con molti nodi aperti (vedasi il ritorno del Corinzio) diventa pressante, e Sandman sembra diventare una serie un po’ più normale, ma che non ha il tempo di esserlo.
Buona parte delle “missioni” in cui Morfeo si trova protagonista nascono dal nulla, da desideri estemporanei, e molto rapidamente si chiudono, per lasciare spazio a nuove sfide che sì, sono legate dal filo conduttore dell’evoluzione di Morfeo (riguardano tutte il tentativo di rielaborare il passato, ammettere colpe, fare ammenda), ma patiscono un approccio fin troppo antologico.

Mi spiace dire che, a mio giudizio, l’episodio meno efficace è proprio quello finale. Già l’elezione di Daniel a futuro Sogno degli Eterni è abbastanza appesa per aria, senza un’adeguata preparazione e con l’idea costante che sia così “perché sì”, e il risultato è che di questo bambino trasformato in Eterno, dopo il passaggio fra le grinfie di Loki, non ce ne frega più di tanto.
Certo, rappresenta un’idea precisa, quella di un Sogno che, memore degli errori del passato, sia ora più dolce, paterno, empatico. Ma è proprio un personaggio di cui ci interessa poco, a cui non riusciamo ad affezionarci, e che ha la “colpa” di sostituire completamente quello che è il vero protagonista della serie.

Questi mi sembrano i peccati più gravi di una stagione che in qualche modo li ammette con l’ultimo episodio speciale, quello dedicato a Morte, che adatta un’altra delle sotto-storie del fumetto, ma di nuovo lo fa un po’ a caso, come “pezzo ulteriore” di un puzzle che trae parte del suo fascino proprio dalla sua natura multiforme, ma che a volte esagera: difficile non considerare questo dodicesimo episodio come un di più di cui si poteva fare a meno, al netto di un discorso sul ciclo della vita e della morte che è coerente con il resto della stagione, ma che non mi sembra aggiunga granché alla riflessione complessiva.

Inevitabilmente, The Sandman si porterà dietro qualche rimpianto. All’inizio era stato un adattamento sorprendente proprio per la volontà di non perdere una certa fascinazione anarchica del fumetto originale, e aveva aperto spazi di libertà creativa e di sogno seriale che non ci capita di vedere così spesso su un piccolo schermo spesso ingabbiato da trame fitte e blindate.
Allo stesso tempo, nemmeno il Signore dei Sogni è riuscito a rimanere indenne dalle spinte di una cruda realtà che ha imposto qualche frettolosità di troppo e qualche passaggio più forzato, e quindi meno emozionante.
Un po’ spiace, ma penso che riusciremo a conservare comunque dei bei ricordi.



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