5 Maggio 2026

Man on Fire su Netflix – L’action come una volta di Diego Castelli

Un soldato problematico, dei cattivi cattivissimi, una missione solitaria. Che bella nostalgia…

Pilot

Pochi giorni dopo aver elogiato una serie che mescola generi molto diversi in cerca di una sua anima e una sua originalità (Widow’s Bay), è il momento di parlare di un prodotto che invece punta quasi solo su un genere, con una storia già sentita, tratta da un romanzo più volte adattato, e dinamiche scolpite nei manuali di sceneggiatura.

Man on Fire, disponibile su Netflix, nasce da un romanzo del 1980 di A. J. Quinnell che al cinema è già arrivato tre volte, cambiando parecchio l’ambientazione originale (su carta c’erano l’Italia e la mafia nostrana, su Netflix siamo in Brasile), ma tenendo saldo un concetto di fondo: l’ex soldato complessato, ombroso, col passato difficile e un futuro incerto, che ritrova uno scopo nella vendetta e nella protezione di una ragazza invischiata in giochi criminali di cui non ha colpa.

E Kyle Killen, creatore della serie che in passato ha lavorato a progetti decisamente più “strani” (era il creatore di Awake, ma anche lo sceneggiatore del bizzarro The Beaver, e poi lo showrunner di Halo), stavolta sembra voler rispettare un genere codificato e molto classico, nel quale si concede poche deviazioni. Il che non è per forza un male.

Bisogna anche dire che era il momento giusto per una nuova serie con protagonista Yahya Abdul-Mateen II, che abbiamo recentemente apprezzato nella sorprendente Wonder Man.
In Man on Fire, l’attore finora molto legato alla fantascienza e ai fumetti veste i panni di John Creasy, ex forze speciali ormai in pensione, a cui le cose erano andate parecchio male nella sua ultima missione e che da allora vive di pane e stress post-traumatico.

Le cose cambiano quando nella sua vita rispunta Paul (Bobby Cannavale), vecchio amico e collega che vuole ingaggiare Creasy per un lavoro difficile, in cui servirebbe l’esperienza del John di una volta. Creasy non sembra esattamente prontissimo per la missione, nonostante l’ottimismo di Paul, ma ha poco tempo per rimuginarci sopra: una serie di eventi inaspettati conduce il protagonista su un sentiero di giustizia e vendetta, in cui gli obiettivi personali si affiancano alla necessità di proteggere una giovane ragazza e, già che ci siamo, costruire una gang di aiutanti capaci di aiutarlo nella lotta contro i cattivi.
Cattivi che, per la cronaca, arrivano un po’ da tutte le parti.

Come detto, Man on Fire è proprio un racconto di genere, e il fatto di venire da un romanzo del 1980 è già di per sé un segnale che la direzione poteva e doveva essere quella.
Il protagonista tormentato è un classico sempre a rischio cliché, ma che resta per l’appunto classico, e la serie abbraccia la sua natura prima di tutto dal punto di vista visivo e del ritmo.

In Man on Fire si corre parecchio, metaforicamente e non, e c’è una costante ricerca di pericolo e di scuse per menare. Che si tratti di esplosioni, cazzotti o sparatorie, non c’è uno solo dei sette episodi della prima stagione che non sia sufficientemente riempito di roba che si muove molto svelta sullo schermo, fra abilità marziali e frasi ad effetto, che sono marchio di fabbrica di ogni action che si rispetti.

E guardate che non è nemmeno scontato, soprattutto per le serie da piattaforma, che alle volte si dimenticano di alcuni elementi che dovrebbero essere alla base del genere di appartenenza, oppure confidano in un binge watching che rende tutto un unico puntatone.
(Succede anche con le serie effettivamente buone tipo Daredevil: Born Again, dove si combatte troppo poco per essere uno show supereroistico)

Il fatto che la componente action sia buona (non rivoluzionaria, ma buona sì) è già di per sé una vittoria e un motivo valido per godersi una serie tutto sommato dritta e facile. Peraltro, alla regia c’è gente capace: i primi due episodi sono diretti Steven Caple Jr, già regista di Creed II e dell’ultimo capitolo dei Transformers, mentre il finale è firmato da Michael Cuesta, veterano di Homeland e Dexter, ma pure della citata Daredevil: Born Again.

Questo non significa che non ci siano anche elementi più deboli. E non parlo di una complessiva sensazione di già visto che sì, può essere un problema, ma che in fondo fa parte del biglietto da visita: se la serie di presenta come un action vecchia scuola, e poi è un action vecchia scuola, che le vuoi dire? Che non doveva essere un action vecchia scuola?

C’è sicuramente qualche complicazione di troppo nella trama, e la generica sensazione che il bisogno (legittimo) di dare spessore a certi personaggi per far sì che ci importi qualcosa della loro sorte (necessario), sfoci qui e là in qualche sbrodolata drama di troppo. Va bene la psicologia dei co-protagonisti, va bene qualche pennellata di critica sociale, però non dovrei accorgermi del fatto che non ci si mena da troppo tempo.
Ma poi c’è anche un problema strutturale degli action seriali, cioè il fatto che il bisogno continuo di azione finisca col forzare una sceneggiatura che da quell’azione ricava vigore e ritmo, ma anche l’accelerata inverosimile di alcune situazioni, oppure l’abilità altrettanto inverosimile di personaggi che fino al giorno prima non avevano mai preso in mano una pistola, e poi tengono testa a soldati addestrati perché altrimenti la serie finisce subito.

Sono comunque peccati veniali per una serie che, come detto, è soprattutto onesta nel promettere un certo tipo di esperienza, e nel provare a costruire esattamente quell’esperienza.

Se proprio volessimo guardare il pelo nell’uovo, così per divertirci, dovremmo invece rilevare un inevitabile invecchiamento di alcune dinamiche. Ci sono cose che il protagonista di Man on Fire fa o in cui crede (cose da Jack Bauer, diciamo), che almeno in parte rientrano in un quadro di machismo anni Ottanta che, inevitabilmente, è stato ridimensionato e diluito da tutto una produzione successiva in cui quel modello di eroe è stato messo in discussione, rimodellato, ammodernato, non solo o non tanto per chissà quale esigenza progressista, ma proprio perché le cose evolvono, assorbono la cultura che hanno intorno, “crescono”.

Ecco, Man on Fire è una serie onesta, ma pure un po’ vecchia. Riconoscerlo non ci preclude il divertimento, e io mi sono divertito, però diciamocelo, giusto per non lasciare niente in sospeso.

Perché seguire Man on Fire: è un action dritto e divertente, che fa quello che promette.
Perché mollare Man on Fire: l’impostazione è vintage (per non dire vecchia) e non aggiunge niente a un canovaccio che deve piacere già prima di premere play.



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