9 Dicembre 2025

The Abandons – Il tamarrissimo ritorno western di Kurt Sutter di Diego Castelli

Il creatore di Sons of Anarchy al timone di una produzione molto travagliata, da cui ci aspettavamo poco, se non fosse che…

Pilot

Visto che non esiste modo di avvicinarsi a una serie tv senza avere aspettative di qualche tipo (pure se non ne sai niente puoi definire la tua aspettativa come “né alta né bassa”), vi faccio un breve elenco dei motivi per cui speravo nella qualità di The Abandons, nuova serie di Netflix creata da Kurt Sutter, e anche un elenco dei motivi per cui invece temevo il disastro.

Pro:
-Kurt Sutter è il creatore di Sons of Anarchy, una delle serie più amate qui su Serial Minds.
-Il western, nelle sue varie sfumature, è un genere che mi intriga sempre.
-Le protagoniste sono due nomi grossi come Gillian Anderson (da X-Files a Sex Education) e Lena Heady (la Cersei Lannister di Game of Thrones), senza contare la presenza di alcune facce amatissime proprio in SoA, tipo Ryan Hurst o l’immancabile moglie di Sutter, Katey Sagal.
Contro:
-Dopo Sons of Anarchy, se non consideriamo il dignitoso seguito Mayans, Kurt Sutter aveva creato The Bastard Executioner, una delle serie più brutte mai recensite su questo sito.
-La lavorazione della serie è stata lunga e travagliata, al punto che lo stesso Sutter se n’è andato per divergenze creative con Netflix prima della fine delle riprese.
-Le recensioni specializzate, nel complesso, sono palesemente critiche nei confronti della serie.

Non so voi, ma a me pareva pesassero più gli elementi di timore che quelli di speranza. E come spesso accade, sarà magari proprio per questo che, alla fine, non mi sembra sia andata così male.

Siamo negli anni Cinquanta dell’Ottocento, in una cittadina mineria di frontiera nell’Ovest degli Stati Uniti. La miniera è posseduta e gestita dalla famiglia Van Ness, che dopo la morte del capofamiglia e in attesa della piena maturazione del primogenito, è guidata dalla vedova Constance (Gillian Anderson) con piglio severo e una certa spietatezza.
I Van Ness, per aumentare la propria influenza e il proprio profitto, vorrebbero espandere la miniera acquistando nuovi terreni lì vicino, che però sono proprietà di piccoli proprietari che si oppongono alla vendita dei loro possedimenti.
Fra questi proprietari c’è Fiona Nolan (Lena Heady), che vive con un gruppo di cinque ragazzi da lei adottati dopo la scomparsa del marito, a cui non era riuscita a dare dei figli.

La linea di frattura su cui si gioca la narrazione di The Abandons è dunque chiara, con i ricchi Van Ness intenzionati a fare tutto il possibile, anche a giocare sporco, per ottenere quello che vogliono, in una dinamica effettivamente molto western.
D’altro canto, basta poco per cominciare a sfumare i giudizi, trovando un po’ di luce anche nell’oscurità e un po’ di oscurità anche nella luce, contemplando sì un classico scontro fra buoni e cattivi, ma cercando esplicitamente di non renderlo un semplice cozzare fra due incrollabili monoliti.

E dunque, memore delle oscenità di The Bastard Executioner, e conoscendo i casini produttivi dietro The Abandons, temevo veramente di stare a guardare un carro bestiame che si ribalta in un fosso.
In realtà, devo dire che è andata meglio del previsto. La mano di Sutter si vede soprattutto nell’idea di partire forte e netto, con un evento spartiacque, violento e luttuoso, già nei primi minuti di pilot, che poi orienta il resto della narrazione secondo quel classico gioco per cui gli spettatori ne sanno più dei personaggi, e aspettano che questi vengano a scoprire determinati segreti e sotterfugi, solo per vedere il modo (presumibilmente catastrofico) in cui reagiranno.

Del western, The Abandons ha l’ambientazione e certe cornici di base, anche se poi, in piena consapevolezza, scivola verso un violento drama familiare in cui si scontrano, fra le altre cose, anche due idee diverse di maternità e forse perfino di America: da una parte, Constance è legata al concetto del sangue, della dinastia, del parto e del legame genetico come uniche certificazioni accettabili di eredità e possesso; dall’altra Fiona è impegnata a propugnare un’idea più fluida e accogliente di famiglia, meno rigida e più basata sulla scelta e sulla cura.

Ne emerge una narrazione fatta di tira e molla successivi, di slanci ideali subito sporcati da istinti brutali, di possibilità di riconciliazione rapidamente corrose dai segreti, dagli egoismi, dall’incapacità di fare compromessi, caratteristica che sembra comune un po’ a tutti, a prescindere da quale squadra appartengano (e che, di nuovo, non è molto lontana dall’attuale, estrema polarizzazione politico-sociale americana).

E se la storia, pur di grana grossa, ha una sua direzione precisa e le sue capacità di appassionare, anche tecnicamente The Abandons riesce a dire la sua. Il budget è buono, la ricostruzione della cittadina piuttosto dettagliata, e su tutto si staglia il carisma di due protagoniste che lo schermo lo bucano per davvero, fin dagli inizi della loro carriera.

The Abandons gioca parecchio col buio, molte scene importanti avvengono di sera o di notte, per raccontare un momento storico in cui appena calano le tenebre sorge la bestialità di uomini e donne pronti a tutto per il loro tornaconto. La regia dei vari episodi, se anche non produce niente di rivoluzionario, riesce comunque a trasmettere un certo fascino vintage, ma soprattutto un’effettiva impressione di precarietà: questa gente è da sola in mezzo alla prateria, e se la dovrà cavare da sola.

Dov’è che allora The Abandons fatica, al punto da essersi presa tutte queste recensioni negative?
Ecco, non so se sono in grado di dirvelo pienamente, perché io mi ci sono effettivamente divertito, tanto più che sono solo sette episodi, molti dei quali sotto i quaranta minuti, che è una gran pacchia.

Qui e là ho letto di una trama banale, come se di solito i western fossero originalissimi, anche se forse è proprio l’unione fra un’ambientazione pienamente western e una narrazione che invece in parte se ne distanzia, a disturbare qualcuno. Però ecco, mi sembrerebbe un motivo troppo sottile per bocciare del tutto una serie che pesta con gusto sull’acceleratore, e che mette in campo passioni potenti. Magari lo fa troppo? Magari esagera e sconfina nella telenovela, in termini di nettezza di certi risvolti? Può essere, ma ammetto che, per una volta, mi trovo proprio in minoranza, senza manco sapere perché.

Qualcuno, e questo è un parametro più facilmente rilevabile, ha questionato la solita wokeness, che certamente ha influenzato anche un duro e puro come Sutter: non che il comando femminile di Constance e FIona o la presenza di molti personaggi neri non-schiavi (siamo prima della Guerra di Secessione) non venga affrontato e tematizzato dalla sceneggiatura, perché lo è. Allo stesso tempo, un certo sapore anti-storico si sente lo stesso, e sappiamo che su questo punto c’è sempre gente che se la prende, magari anche un filino troppo.

In conclusione, poteva andare peggio. Ma proprio tanto peggio. Convinto che avrei mollato dopo due episodi certificando la fine della vena creativa di Kurt Sutter, mi sono trovato a mangiare dei gran pop-corn (metaforici) mentre i personaggi di The Abandons si odiavano e se le davano si santa ragione.

Non inserirò la serie nella parte più pregiata della classifica, e sicuramente bisogna metterla più dietro rispetto ad American Primeval, ma anche rispetto a 1883 e 1923 di Taylor Sheridan, giusto per citare altre serie western recenti che mi sembra abbiano complessivamente uno spessore maggiore (anche se l’impostazione è davvero diversa). Però non posso nemmeno essere sordo ai richiami del cuore, che al cliffhanger che conclude la prima stagione gridava “datemene ancora”.

Ecco, ce ne daranno ancora? Con le recensioni negative e i casini produttivi, non lo so, sono un po’ pessimista. Ma sperare non costa niente.

Perché seguire The Abandons: è un western dritto e tamarro come il suo creatore, e per il nostro divertimento è un plus.
Perché mollare The Abandons: nel suo essere esagerata e iperbolica, può anche risultare stucchevole.



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