In Utero – Buoni propositi e un pizzico di arroganza di Diego Castelli
La nuova serie italiana di HBO MAX vuole affrontare temi spinosi e lo fa con intelligenza, anche se si piace un filo troppo
A pochi mesi dall’arrivo di HBO MAX in Italia, abbiamo ormai abbastanza prodotti originali per dire che è stata una buona partenza. A Knight of the Seven Kingdoms e Rooster, in due generi diversi, sono fra le migliori sorprese della stagione, a cui dovremo certamente aggiungere Half Man fra le miniserie. Per non parlare di un gioiellino stravagante come DTF St. Louis. E anche sul fronte italiano per ora è andata bene, con l’ottima Portobello di Marco Bellocchio.
Oggi affrontiamo la seconda serialità tricolore di HBO MAX, e In Utero, tecnicamente, non è nemmeno relegata ai limiti della miniserie, potendo eventualmente espandersi su più stagioni.
Creata da Margaret Mazzantini, diretta per metà da Maria Sole Tognazzi, e con protagonista Sergio Castellitto (che di Mazzantini è marito e compare artistico di lungo corso), In Utero vuole sfruttare la libertà creativa della piattaforma americana per parlare di temi e pratiche che nella fiction italiana fanno molta più fatica ad approdare, e già questo è un merito. Poi ora vediamo il resto.

In Utero è un medical (Castellitto l’ha descritto come “psycho-medical drama”) che gira intorno a una clinica per la fertilità di Barcellona, fondata e diretta dal medico Ruggero Gentile (Castellitto) e dalla moglie Teresa (Maria Piza Calzone), che si occupa della parte amministrativa.
Alla clinica arriva il tipo di pazienti che ci aspetteremmo di trovare in un luogo simile: aspiranti genitori che faticano a concepire, coppie omogenitoriali che vogliono vagliare le loro opzioni, uomini e donne alle prese con problemi di infertilità, e via dicendo.
Come da tradizione del genere, nei due episodi che abbiamo visto al momento di scrivere questa recensione, ci sono casi di puntata che si intrecciano a vicende private dei protagonisti: Ruggero è alle prese con difficoltà finanziare che potrebbero essere risolte con una cessione parziale della clinica a una grande corporation, cosa che non vorrebbe fare ma per la quale la moglie spinge da tempo; il suo assistente Angelo (Alessio Fiorenza) è un giovane uomo trans alle prese con una relazione tribolata con Ines, e con gli strascichi familiari della sua transizione; Dora (la cantante e attrice Thony) è la nuova arrivata alla clinica, si occupa dell’assistenza quotidiana ai pazienti e ha il suo daffare per mettersi in pari con le esigenze del lavoro e una vita privata fatta di amici bizzarri e simpatici, più un ex per cui è ancora un po’ fissata.

L’impianto generale di In Utero è solido. Le storie e sottostorie sono molte ma gestite con chiarezza, i personaggi sono costruiti con caratteristiche precise ma con un respiro abbastanza ampio da non farli diventare macchiette, e le varie direttrici del drama riescono a “riempire” le puntate di eventi e riflessioni abbastanza forti da tenerci sulle spine.
L’elemento politico-filosofico della serie, come accennato, è evidente fin dal concept, ma è anch’esso gestito con lungimiranza. Una serie italiana che parla di fertilità, in un paese come il nostro che su questi temi è estremamente bacchettone, fa già notizia di per sé, e la sceneggiatura non si fa pregare per affondare le mani in una materia spinosa che può triggerare parecchio.
La cosa importante, però, è che questo ravanare nel torbido dei pregiudizi italici non è fatto per urlare slogan, ma per mettere in scena una quotidianità spesso sussurrata e difficile, che non a caso viene ambientata in Spagna, dove certi argomenti si possono affrontare con più facilità.
Da questo punto di vista, almeno per ora, il singolo miglior risultato non sta nella pratica medica relativa alla fertilità, ma nel racconto della vita di Angelo. Angelo è un uomo trans, proprio come l’attore che lo interpreta, e la sua identità diventa quasi inevitabilmente spunto narrativo. Allo stesso tempo, quell’identità non satura tutto lo spazio disponibile per il personaggio, che è anche un ricercatore, un fratello, e un fidanzato capace di passioni vere ed errori grossolani.
“Ovvio”, direte voi, ma in realtà non tanto: la serialità italiana ha già raccontato (non molti) personaggi trans, la cui identità di genere era però l’unica cosa a contare per la trama o quasi. Nel caso di Angelo parliamo di una visione più a 360 gradi, al punto che ci si può serenamente dimenticare della sua transizione, e per questo realmente più inclusiva.

Se l’impianto complessivo è solido, qualche problema in più si trova nel qui e ora della messa in scena. La regia di Tognazzi (che ha dichiarato di voler lavorare fortemente a questo progetto anche in quanto donna senza figli e senza più utero) è lineare e precisa, ma tende anche a specchiarsi in qualche lentezza di troppo, come se ci fosse bisogno di far passare un’intensità che però andrebbe sostenuta con una visione più ficcante.
Vale anche per i dialoghi, in cui spesso i personaggi fanno pause appena più lunghe del dovuto fra una battuta e l’altra, lasciando l’impressione, di nuovo, di voler trasmettere un certo “peso” delle parole, che però si poteva dosare meglio, perché a patirne è soprattutto il ritmo.
Come dire: o sei Vince Gilligan in Breaking Bad, altrimenti andiamo avanti.
Anche la fotografia, tutta virata verso il blu, rende la serie un poco oppressiva e generalmente fredda, una scelta evidentemente consapevole (trasformare Barcellona in una città fredda e blu non può essere un caso), ma che rischia di togliere cuore e calore a vicende che invece ne avrebbero bisogno, e che autrici e autori non credo vogliano spogliare di umanità.

C’è quindi un generale senso di pesantezza, come se la scelta (intelligente) di non fare lezioncine morali agli spettatori, abbia trovato una sorta di compensazione in una messa in scena in cui però bisogna far sentire tutto il peso politico e culturale di queste storie.
Significativa, da questo punto di vista, la quasi totale mancanza di momenti di alleggerimento non dico comico, ma anche solo simpatico. Ci sono i coinquilini di Dora che qualche passaggio più leggero lo garantiscono, ma nel complesso è un medical bello peso, che però tratta un tema che meriterebbe una maggiore varietà di sensazioni, perché è vero che ci sono coppie che vivono drammi dolorosi in termini di fertilità, ma anche altre che in questo genere di medicina trovano vita e speranza, e dentro In Utero questo elemento (almeno per ora) si coglie meno.
Vale comunque la pena di vedere cosa produrranno tutti gli otto episodi (diretti per metà da Maria Sole Tognazzi, che è anche direttrice artistica, e per metà da Nicola Sorcinelli), anche perché il secondo, senza darvi altri dettagli, termina con un cliffhanger interessante, potenzialmente dirompente, e molto centrato rispetto al tema della serie.
Stiamo a vedere.
Perché seguire In Utero: tratta un tema molto importante e spinoso, specie in Italia, e lo fa con buona consapevolezza.
Perché mollare In Utero: è una serie che se la crede molto, e alle volte questo si traduce in un peso e una lentezza che si potevano sfumare meglio senza perdere incisività.

